martedì 2 maggio 2017

Scoperto il bruco che “mangia plastica”






Scoperto per caso il bruco “mangia plastica”: ci salverà dall’inquinamento
Federica Bertocchini è la ricercatrice italiana che ha scoperto la capacità di alcuni bruchi di biodegradare la plastica
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26 Aprile 2017 - Un bruco comunemente usato come esca dai pescatori riesce a mangiare e a degradare in tempi rapidissimi la plastica. È la larva della tarma della cera, nota col nome scientifico di Galleria melonella, un parassita che infesta gli alveari, ma che ora una biologa italiana ha scoperto essere anche ghiotta di polietilene, una delle plastiche più diffuse e che più inquinano l’ambiente. Se l’inquinamento da plastica rappresenta per la nostra società un problema decisamente serio, soprattutto per il ciclo vitale di questo materiale che sembra essere “eterno”, questo piccolo bruco è in grado di degradarla in tempi rapidi e potrebbe salvare l’ambiente.
SCOPERTA CASUALE – La scoperta è avvenuta per caso grazie all’osservazione della biologa e apicultrice italiana, Federica Bertocchini, dell’Istituto spagnolo di Biomedicina e Biotecnologia della Cantabria, Cisc. La ricercatrice stava rimuovendo le larve di tarma della cera dagli alveari di cui si occupa e le aveva poggiate in una busta di plastica. Quando la Bertocchini ha preso in mano la busta ha notato dei buchi sospetti e così ha programmato un esperimento insieme a Paolo Bombelli e Christopher Howe, del dipartimento di Biochimica dell’Università di Cambridge.
L’ESPERIMENTO – Un centinaio di larve sono state poste vicino a una busta di plastica nella quale, già a distanza di 40 minuti, sono comparsi i primi buchi. Dopo 12 ore la massa della busta si era ridotta di 92 milligrammi: un tasso di degradazione che i ricercatori hanno giudicato estremamente rapido, rispetto a quello finora osservato in altri microrganismi capaci di digerire la plastica, come alcune specie di batteri che nell’arco di una giornata riescono a degradare 0,13 milligrammi.
UN FUTURO SENZA PLASTICA – “Se alla base di questo processo chimico ci fosse un unico enzima, la sua riproduzione su larga scala utilizzando le biotecnologie sarebbe possibile” ha osservato Bombelli. “La scoperta – ha aggiunto – potrebbe essere uno strumento importante per liberare acque e suoli dalla grandissima quantità di buste di plastica finora accumulata”.

La speranza ora è che dalla scoperta si possa davvero passare ad una soluzione per la biodegradazione della plastica che rappresenta un vero problema per la nostra società.