martedì 12 aprile 2016

ATENE – ANVERSA: PARTITA PERSA


ATENE – ANVERSA: PARTITA PERSA

   
 Jan Fabre è stato nominato direttore artistico di quello che era l'Hellenic Festival. Un'avventura che doveva durare quattro anni, per dare aria nuova, e costruire l'Europa di domani. E che invece è stata buttata a mare  
 
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Lo abbiamo incontrato ad Atene, negli scorsi giorni, nello splendido Museo dell'Acropoli progettato da Bernard Tschumi e inaugurato nel 2011, appena prima dell'inizio della crisi greca. Lui è Jan Fabre, classe 1955, artista belga (vive e lavora ad Anversa), che di certo non ha bisogno di particolari presentazioni, e che abbiamo ospitato spesso anche sulle nostre pagine. Che ci doveva fare qui? Una mostra? Una performance lunga 24 ore come Mount Olympus? Anche, e invece non ci farà nulla.
Ma andiamo per gradi: l'artista era stato nominato nuovo curatore di quello che fino all'anno scorso si chiamava Hellenic Festival. Quattro anni, fino al 2019, nel segno della volontà di una spolverata bello e buono, per una kermesse che dura da 56 anni. Peccato che tutto sia iniziato rompendo le uova nel paniere. Per questo primo anno sarebbe stato infatti il Belgio l'ospite della Grecia, iniziando con un dialogo tra due Paesi fatto di mostre, spettacoli, residenze, workshop, cinema.  E già i malumori si erano sentiti in sala.
La relazione era semplicissima, e il risultato sarebbe potuto essere dirompente: mettere insieme due luoghi in crisi profonda, le cui Capitali, Atene e Brussels sono state la prima la culla della civiltà europea, la seconda "base” del mondo come lo conosciamo. Fabre aveva iniziato il suo "programma” da una fotografia, quella della nazionale di calcio belga: «Ho scelto questa immagine per diverse ragioni. Primo perché il Belgio è la nuova società, proprio perché non ha una nazione unitaria: rappresenta tutta Europa e il mondo, E anche nella danza e arti il Belgio è pieno di artisti di diverse nazionalità. È una fotografia molto chiara anche per spiegare la situazione greca», dichiarava l'artista. 
Ma le cose non sono andate come avrebbero dovuto andare, un po' perché la decisione di mettere Fabre era stata decisamente recente, e il Festival debutta il prossimo 16 giugno. E poi la questione dei fondi statali a disposizione e poi, non in ultimo, il fatto che all'apparenza c'era "poca Grecia”. Ed ecco che è arrivata un'infuocata lettera da parte di un gruppo di artisti locali ed esponenti politici che hanno chiesto le dimissioni sia di Fabre che del ministro greco della cultura, Aristide Baltas, per i suddetti motivi. Una polemica talmente forte che l'artista belga, appunto, si è dimesso subito dopo: «Avevo accettato l'invito a dirigere il festival sotto la condizione della libertà artistica, ma questo non è più possibile in Grecia. Io non voglio lavorare in un ambiente ostile artisticamente, anche se lo amo profondamente». 
E così, a sostituire "il personaggio”, è ora l'attore-regista-direttore Vangelis Theodoropoulos, greco ovviamente. Poteva però mancare un grande artista, anche scomodo, come è Fabre, di rilanciare giustificazioni più profonde? Ovviamente no, e a sua volta ha inviato una lettera proprio ai mittenti che chiedevano la sua "cacciata”, entrando nei dettagli e facendo nomi e cognomi di tutti gli artisti ellenici che sarebbero stati coinvolti, dai giovanissimi in occasione dei workshop (con relative borse di studio) fino ai personaggi più conosciuti, dalle arti alla performance, alla danza: George Lappas, Chryssa, Eleni Mylonas, Nikos Kessanlis, Rena Papaspyrou, Stephen Antonakos, Vlassis Caniaris, Ilias Papailiakis e Kostis Velonis, solo per citarne alcuni, che forse al pubblico italiano non diranno granché. 
Ma non è questo il punto. Il punto è che la Grecia, grande culla della civiltà, in questo modo ha dimostrato una sorta di profonda miopia, da non scambiare con la sana volontà di promozione dei suoi talenti. E così facendo, inoltre, si sono buttate a mare anche una serie di collaborazioni nascenti che avrebbero avuto decisamente un buon margine di originalità e profondità, come per esempio quel che sarebbe stato lo "scambio” tra il Benaki di Atene e il Museo di Arte Moderna di Anversa. Sarebbe potuta essere una grande partita, per una nuova identità europea, «Perché credo che l'arte possa ancora cambiare il mondo», aveva dichiarato Fabre proprio a Exibart. Partita persa, per tutti. (MB)

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