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martedì 18 giugno 2013

Riflessioni e connessioni di Marcella Anglani


Al ritorno da Venezia






Dieter Roth, Solo Szenen. Foto Giulia Ticozzi


Elia e Salomè, incluso nel Liber Novus di Carl Gustav Jung




Rudolf Steiner, disegno su lavagna






Arsenale, Giardino delle Vergini. Foto Alice Pedroletti



Steve McQueen, Static, 2009, 35mm film
transferred to high definition video



Hito Steyerl, How Not To Be Seen.
A Fucking Didactic Educational .MOV
File , 2013. HD video file, single screen, 14min.



Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi,
dalla mostra Non non non, Milano HangarBicocca.
Foto di Agostino Osio



Camille Henrot, Coupé/Décalé, 2011.
Film 35mm trasferito su Betanum, 5'20''.
Courtesy dell'artista e kamel mennour, Paris



Marino Auriti, Il Palazzo Enciclopedico all'Arsenale, 
foto courtesy theartpriest.com




Venezia, Tramonto (collezione pubblica).
Foto Alice Pedroletti




1) Piccola intuizione / ossessione
In treno dopo aver visitato per circa quattro giorni la 55ma Biennale d’Arte, continuo a cercare di mettere ordine - proprio quello che mi riesce peggio e che al curatore Massimiliano Gioni riesce molto bene - nel caos dei miei pensieri e sensazioni sulla Biennale; contemporaneamente una ragazza, trentenne, mi racconta di come si lavora, mal pagati e sfruttati, all’interno della grande macchina Biennale.

A rendere eroica e impossibile l’impresa di schiarirmi le idee contribuisce una domanda ossessiva che ha iniziato a compromettere la mia già scarsa concentrazione: in una delle ultime sale dell’Arsenale, trasformato per l’occasione in uno spazio espositivo museale (ma non era nato come spazio aperto in contrapposizione proprio ai padiglioni nazionali chiusi dei Giardini?), ho visto un lavoro straordinario di Dieter Roth che riconosco perché l'ho già visto, ma dove? Forse era a Documenta di qualche anno fa? Niente da fare, vuoto assoluto!
Tornata finalmente a casa crollo in un sonno profondo ma per strane e misteriose vie – proprio quelle protagoniste di questa Biennale – stamattina, alle otto, ancora in trance, cerco Dieter Roth nei cataloghi delle due Biennali dirette da Szeemann.
Eccolo: 48ma Biennale di Venezia, anno 1999! Perché inizio da qui? Cosa mi vuole dire questa piccola ossessione?

Leggo la scheda sull’artista riportata nel catalogo Il Palazzo Enciclopedico, la stessa che era nella sala espositiva (ogni lavoro era corredato da una scheda didascalica e chiara sull’artista e il lavoro esposto). Dieter Roth, Hannover 1930- Basilea 1998, un testo chiaro, davvero ben fatto, di circa due cartelle sulla passione di Roth per le rovine e i rifiuti che si estende fino a incorporare l’immagine stessa dell’artista, etc etc .
Nell’ultima parte si spiega l’opera esposta, Solo Szenen, imponente scultura composta da 131 televisori che monitora l’attività quotidiana dell’artista, nei minimi dettagli della vita quotidiana, durante un periodo di convalescenza trascorso negli ultimi anni di vita, “l’opera nega sia la narrazione, sia l’intimità di un autoritratto, ma offre un’intera vita senza gerarchie o parti noiose tagliate” (pagina 410).

Poi leggo la scheda/testo pubblicata nel catalogo della Biennale del 1999 dAPERTutto: “Poco prima della sua morte è stata realizzata una ripresa totale della sua vita simile a un arazzo mobile. Un anziano re dell’arte processuale ci fa vedere come autosorveglianza e documentazione si trasformano in mediazione e poesia.” E ancora: “Così in tutti quegli anni portò le facoltà di vedere, udire, leggere e perfino l’odorato e il tatto, così come sono educati nell’uomo civilizzato, alla totale sregolatezza…”.
Varrebbe la pena di trascrivere l’intero testo per quanto è emozionante e capace di trasmettere tutta la complessità del lavoro di questo artista. Certo è scritto da Szeemann! Il catalogo della Biennale dAPERTutto non conteneva testi teorici ma solo una premessa visionaria di e alla Szemann(dApertutto nell’ordine delle sue autorealizzazioni) e schede sugli artisti curate da intellettuali, critici, e artisti stessi: in breve le opere e gli artisti e non le opere ridotte a immagini che illustrano un testo o una teoria. Ma il punto non è questo.

Quello che con questo esempio riesco a mettere pienamente a fuoco, di prima mattina dopo le giornate estenuanti e umide veneziane, è la differenza tra svolgere un buon compito, una ricerca ben fatta su un tema come molti bravi studenti sanno fare (e ovviamente sulla validità di questa ricerca si potrà discutere a lungo nei prossimi giorni), e la capacità di trasmettere vita, suggerire una dimensione davvero reale dell’arte, insieme a emozioni, intuizioni, aperture e connessioni che rivoluzionano, indagano e aprono nuove prospettive sulla realtà contemporanea.

2) Campanello d’allarme
Sono sempre stata affascinata dalle tematiche legate al collezionismo e alle Wunderkammer, così sono andata all’inaugurazione senza preclusioni, anzi al contrario ho difeso questa Biennale prima di vederla, perché immaginavo arte in forma di collezioni, nuove tassonomie legate a nuovi visioni della storia, capaci quindi di far saltare il continuum temporale e di porre le fondamenta di un contro-modello storiografico (il che vorrebbe dire praticare un atto rivoluzionario), insomma tutto ciò che si lega agli studi su Warburg, Benjamin, Malraux e agli artisti che usano l’immagine in quella direzione. Ma non ho trovato niente di quello che pensavo, piuttosto un tentativo sottile e ambiguo di disciplinare e omologare anche le ricerche che hanno questi indirizzi.

Percorrendo il Padiglione Centrale un campanello d'allarme risuona forte nella mia testa.
Sono straordinarie le immagini del Liber Novus di Jung con cui si apre la mostra al Padiglione Centrale così come i disegni di Steiner nella seconda sala, peccato che tutto sia riportato a una generica ”rappresentazione dell’invisibile”, a fenomeni soprannaturali, al valore magico dell’immagine.
Un’occasione mancata per approfondire lo stupefacente potenziale di realizzazione della riforma della vita che, in maniera diversa, Steiner e Jung proponevano. Non avevo mai visto il libro rosso di Jung ora so che le immagini sono di grande bellezza e intensità e poco altro.

Qualcosa mi riporta alla mente, per contrasto, la mostra curata da Szeemann ad Ascona nel 1978 Le mammelle della verità. Com’è noto agli inizi del secolo scorso il Monte Verità sopra Ascona si trasformò nella “collina delle utopie” e la lista delle celebrità che vi soggiornarono è lunga: oltre a Jung, la danzatrice Isodora Duncan, gli anarchici Michael Bakunin e Enrico Malatesta, lo scrittore Hermann Hesse, artisti come Arp, Paul Klee, teosofi e antroposofi come Rudolf Steiner e molti altri. La mostra di Szeemann riuscì a dare innumerevoli informazioni e a stabilire connessioni tra utopia politica, arte, e una possibile riforma della vita tra capitalismo e comunismo.

Così scrive Szeemann a pagina 8 del libro/catalogo Monte Verità Antropologia locale come contributo alla riscoperta di una topografia sacrale moderna: “Ma MONTE VERITA' deve inoltre mostrare cosa possa oggi riproporsi una mostra: essere superamento di ogni parcellizzazione e contemporanea rivelazione delle nascoste componenti fantastiche. Ovviamente mostra che la società ideale è utopica ma che per sua stessa composizione la società sorta a Monte Verità avrebbe potuto essere società ideale…”.
Superamento delle componenti fantastiche, proprio quello che il Palazzo Enciclopedico non riesce a fare! E così anche Steiner e Jung diventano semplicemente illustrazioni più o meno “fantastiche”.

Per analogia il punto di vista proposto da Massimiliano Gioni richiama invece quello che Barr nel 1936 sottolineò con il suo display nella mostraFantastic Art, dada, surrealism, una mostra che provocò reazioni violente e numerose polemiche.
Barr presentò le avanguardie in modo genericamente legato ai temi del fantastico e stabilì una genealogia: Bosh, Durer, Giovanni di Paolo, fino al simbolismo di fine Ottocento, suggerendo infine affinità con disegni di bambini, di alienati, persone disturbate psicologicamente e persino con i film di Walt Disney: un modo per rafforzare l’immagine di un’arte legata genericamente al fantastico e all’onirico e per depotenzializzare le tensioni più dirompenti legate ai due movimenti.

La mostra non ricevette il consenso né di Tzara né di Breton, e Katherine Dreier ritirò le opere di sua proprietà non approvando la decisione di Barr di esporle insieme ai disegni di bambini e “pazzi”. Sfumare le distinzioni tra artisti professionisti e dilettanti è una questione affrontata più volte in varie mostre che nella maggior parte dei casi nuoce a tutti!
Un caso eclatante fu nel 1989 la mostra Magiciens de la Terre curata da Jean Hubert Martin al Centre Georges Pompidou che diffondeva un nuovo quanto generico interesse da parte del sistema dell’arte mainstream nei confronti dell’ “altro”.
La mostra nelle intenzioni voleva essere un confronto tra opere occidentali e non, ma il terreno comune individuato rimaneva quello legato a valori e stereotipi tradizionali, ovvero l’elemento magico ed esoterico, nessuna traccia di sperimentazioni legate all’ibridazione e alla globalizzazione, niente che mettesse seriamente in dubbio la disuguaglianza tra centro e periferie.
Anche a Venezia il confronto tra artisti professionisti e artisti per caso o per necessità (medium che comunicano con morti, cerimonieri vudù, ispirati dal cielo, guaritori che curano con immagini etc etc) si riduce a qualcosa di troppo sommario che alla fine acuisce distanze e non genera nessun cambiamento di prospettiva.

Ovviamente ci sono tante opere importanti che vale la pena di vedere, tuttavia anche le opere di artisti a mio avviso interessanti – come Steve McQueen, Camille Henrot, Neïl Beloufa, Harun Farocki, Gianfranco Baruchello, Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, Hito Steyerl – sono inserite in un contesto discorsivo che non può essere ignorato.
Difatti il problema è come si costruisce un display, quali sono i contesti che si propongono, a quali logiche risponde l’atto del porre in mostra qualcosa.
Nessuna mostra soprattutto nessuna grande esposizione d'arte contemporanea può sottrarsi alle domande che il display pone: quali sono i rapporti stabiliti con il contesto più ampio politico e sociale in cui siamo?
Massimiliano Gioni seppure giovane - ripetiamolo come vuole tutta la stampa italiana: il più giovane curatore che la Biennale di Venezia abbia avuto (in Italia sembra ormai una garanzia di rivoluzione e novità!) - non è uno studioso di arte esoterica e magica, di cosmografie, di antroposofia, di antropologia etc e non mi sembra abbia una bibliografia che va in queste direzioni.
Gioni è invece il Direttore artistico della Fondazione Nicola Trussardi di Milano, Associate Director e Director of Exhibitions del New Museum of Contemporary Art di New York.
Quindi a 38 anni è uno dei rappresentanti più importanti del sistema dell’arte internazionale; così se lui decide di dedicare la Biennale alla via di fuga nel dominio del fantastico, se lui stesso cerca di rispondere alla domanda citata nel comunicato stampa: “Quale spazio è concesso all’immaginazione, al sogno, alle visioni e alle immagini interiori in un’epoca assediata dalle immagini esteriori?“ riportando tutto su un piano che non tiene minimamente conto di come l’immaginazione e il sogno possono diventare generatori di realtà sociali e politiche, questo deve avere un senso, anzi penso che proprio questo è il senso.

La realtà politica, la contemporaneità, è completamente esclusa da questa mostra, sembra ormai che non ci possa essere una mediazione possibile tra Biennali sul genere di quella di Berlino, dove la politica diventa oggetto di attrazione e questa di Venezia dove nella maniera più conservatrice possibile si depotenzia e si disciplina il valore rivoluzionario dell’arte e dell’immaginazione.
Forse dovremo cercare l’arte altrove, lontano dalla Biennale e dai suoi eventi, lontano dalle feste in laguna sempre più escludenti e blindate da bodyguard e agenti di sicurezza vestiti di nero.
O forse dovremo cercare di esercitare sempre di più all’interno dei confini del sistema dell’arte un nostro pensiero critico, cercando di organizzare nella nostra testa display, connessioni e mappe concettuali capaci di generare quei cambiamenti di cui tutti noi abbiamo realmente bisogno.



Biennale di Venezia 2013, link correlati:

Su UnDo.Net la Biennale di Venezia fotografata da giovani autori:

Appunti sulla Biennale e dintorni, un articolato racconto per immagini di Alice Pedroletti

Persone e opere, brevi e intensi scorci di Giulia Ticozzi

Visioni dal Palazzo Enciclopedico, dal Padiglione Italia e dai Padiglioni Nazionali, in collaborazione con theartpriest.com


Il lato australe della Biennale. La "guida" di UnDo.Net tra le mostre ufficiali, collaterali e parallele

I video delle performances al Padiglione Italia durante i giorni di opening: Sislej Xhafa e il barbiere tra i rami di un albero, Francesca Grilli e i vocalizzi su una goccia che cade, Marcello Maloberti tra sculture che si attivano e monoliti instabili

Il Vaticano alla Biennale. In questo video le immagini dal Padiglione della Santa Sede e un'intervista con Paolo Rosa di Studio Azzurro

In questa intervista Massimiliano Gioni dice che si è sentito "investito dal compito impossibile di raccontare il mondo intero nella Biennale di Venezia", ma anche come abbia cercato di scuotere le geografie eurocentriche ed esplorare la fantasmagorica frontiera con la follia... (Pubblicata il 10/05/2013)


Marcella Anglani è storica dell'arte, insegna ultime tendenze dell'arte contemporanea all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, scrive su riviste specializzate

t� Z e e hx� ��� re la fantasmagorica frontiera con la follia... (Pubblicata il 10/05/2013)





Marcella Anglani è storica dell'arte, insegna ultime tendenze dell'arte contemporanea all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, scrive su riviste specializzate






giovedì 20 settembre 2012

Premio Moroso


Olafur Eliasson rules. Biennale, Premio Moroso e ora ecco il nuovo progetto, nel freddo della penisola danese dello Jutland





pubblicato lunedì 17 settembre 2012

«Sono molto emozionato nel vedere la realizzazione dell'opera, in quanto è stato affascinante lavorare con Günther Vogt su questo progetto: lui è uno dei migliori architetti del paesaggio del giorno d'oggi, e ha un'incredibile sensibilità e senso dello spazio. Gli specchi ovali situati nel territorio creano un senso di disorientamento, facendo in modo che ogni passo verso di essi sia insicuro e possa portare ad una introspezione dovuta al materializzarsi dei cielo nei riflessi dell'opera». Con queste parole Olafur Eliasson, star degli ultimi giorni, racconta il suo ultimo progetto in Danimarca, all'indomani della convocazione nella Giuria del Premio Moroso e della partecipazione alla Biennale d'Architettura di Venezia.
Ma di cosa si tratta? Innanzittutto partiamo da un titolo: Your glacial expectations è un'installazione semplicissima e allo stesso tempo molto d'impatto; cinque specchi ovali, ognuno di una dimensione diversa ma tutti disposti in piano sul terreno, sono chiamati a rompere la regolarità del paesaggio di un bosco nei pressi di Ebeltoft, nelle vicinanze della manifuttura tessile Kvadrat, che ha commissionato l'opera nel 2008. Quattro anni di progetti, in tandem perfetto tra l'artista di base a Berlino e Vogt. Un progetto specifico per una delle zone più affascinanti e glaciali d'Europa, dove le superfici riflettenti, in diverse modalità, causando una percezione ribaltata di ciò che è all'esterno rispetto a ciò che è dentro il vetro. Viene così concettualizzato il paesaggio mischiando la foresta selvaggia, i suoi arbusti spontanei e il cielo, con un giardino sereno e illusorio, diorama ridotto della natura. Le installazioni, disposte in un parco di 60mila metri quadri, sono un riferimento alle buche di ghiaccio dell'era glaciale.

martedì 12 luglio 2011

LA BASILICA DI SAN MARCO 1881 - 1893: FERDINANDO ONGANIA







dal 16 luglio 2011 | a cura di irene favaretto ed ettore vio | museo di san marco;basilica di san marco | venezia



Preziosi originali, scelti tra il materiale prodotto a fine Ottocento dall'editore Ferdinando Ongania per la sua monumentale impresa La Basilica di San Marco in Venezia, sono esposti nel Museo di San Marco dal 16 luglio al 27 novembre in una mostra dedicata al geniale veneziano, erede della tradizione di Aldo Manuzio, nel centenario dalla sua morte.

Una straordinaria galleria di immagini che pone in dialogo l'opera editoriale e artistica di Ongania, voluta per documentare lo stato del monumento e salvaguardarlo, il percorso del Museo e la Basilica di oggi.

La mostra, a cura di Irene Favaretto ed Ettore Vio, è promossa dalla Regione del Veneto, dal Comitato Regionale Celebrazioni Centenario Ferdinando Ongania (1911-2011) e dalla Procuratoria di San Marco che acquistò nel 1892 dallo stesso Ongania gli originali.

Per pubblicare i 18 ponderosi fascicoli dell'opera, di cui tre copie ora sono conservate dalla Procuratoria, Ongania nel corso di tredici anni commissionò studi a storici, archeologi e architetti, e produsse un eccezionale apparato illustrativo di fotografie, eliotipie, eliografie, cromolitografie e incisioni, con il contributo di pittori, disegnatori e fotografi. Ogni dettaglio della Basilica di San Marco fu così "fissato": dell'esterno e dell'interno, delle strutture architettoniche e delle decorazioni scultoree e musive.
Edita tra il 1881 e il 1893, l'opera nacque in un clima culturale che vide tra i protagonisti cultori dell'arte, della sua tutela e del suo restauro, come John Ruskin, Pompeo Gherardo Molmenti, Pietro Selvatico, Alvise Zorzi, Camillo Boito, tutti frequentatori della "bottega" Ongania, sotto i portici delle Procuratie in piazza San Marco.
Si trattò di una sfida quasi impossibile che fece di Venezia il centro della nuova editoria di immagini, con l'introduzione di tecniche innovative, tanto che lo stesso Ongania scriveva di sé nella Nota dell'Editore ".gli sorride ora il vanto di avere per primo, nel modo più splendido e decoroso, eretto un monumento dell'arte grafica moderna, degno del grande tesoro che illustra, La Chiesa d'oro".

Percorso della mostra
L'esposizione si sviluppa lungo gli spazi del Museo in dieci sezioni: i rilievi geometrici dell'architettura della Basilica; i mosaici: materiali, tecniche e documentazione degli interventi nel Battistero; la quadriga marciana; i marmi lavorati; la sala Ongania; il pavimento musivo; le vedute e i rilievi acquerellati dell'interno; l'edizione Ongania, le speciali rilegature e il mobile-contenitore; le vesti liturgiche; il tesoro di San Marco.

Comitato d'Onore
Luca Zaia, Presidente della Regione del Veneto; Marino Zorzato, Vice Presidente della Regione del Veneto e Assessore alla Cultura; S. Em. Cardinale Angelo Scola; Giorgio Orsoni, Sindaco di Venezia; Francesca Zaccariotto, Presidente della Provincia di Venezia; Ugo Soragni, Direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Veneto.

Comitato Regionale Celebrazioni Centenario Ferdinando Ongania (1911-2011)
Giorgio Orsoni (Presidente), Fausta Bressani, Ennio Concina, Cesare De Michelis, Irene Favaretto, Mario Infelise, Maria Letizia Sebastiani, Ettore Vio, Carlo Alberto Tesserin, Claudio Cappon, Andrea Causin.

Biografia di Ferdinando Ongania (Venezia 1842 - Saint Moritz 1911)
Ferdinando Ongania nasce a Venezia il 18 luglio 1842. Non ancora ventenne, Ongania inizia a lavorare nella casa editrice con annessa libreria e negozio di oggetti di belle arti che aveva sede al piano terra dell'Ala Napoleonica, di fronte alla Basilica di San Marco, fondata sul finire degli anni quaranta dal tedesco Hermann Frederich Münster .
Nel 1871 rileva l'attività della ditta Münster insieme a un socio e amico, l'ucraino Ivan Beloserski, che però già l'anno successivo si ritira dall'impresa, lasciandolo di fatto unico proprietario. Da quell'anno fino al 21 agosto 1911, data della sua morte a Saint Moritz, Ferdinando Ongania si dedica quasi totalmente all'editoria di libri d'arte illustrati, ottenendo sorprendenti risultati in un campo per l'Italia ancora agli esordi.
Con il passare del tempo la libreria di Ferdinando Ongania diventa un punto di incontro e di ritrovo per scrittori, artisti e studiosi italiani e stranieri, che partecipavano attivamente al dibattito sulla conservazione dei monumenti veneziani, come John Ruskin, Pompeo Molmenti, Pietro Selvatico, Pietro Alvise Zorzi, Camillo Boito. Oltre a La Basilica di San Marco in Venezia, tra le opere di indiscusso valore artistico della sua attività editoriale relativa alla città lagunare meritano di essere ricordati la Raccolta delle vere da pozzo in Venezia del 1889, Calli e canali in Venezia e L'architettura e la scultura del Rinascimento in Venezia pubblicati nel 1893.

Il Museo di San Marco
Costituito alla fine dell'800, il Museo si presenta ora con un nuovo allestimento grazie all'ampliamento degli spazi museali tra l'area storica sopra l'atrio-nartece della Basilica di San Marco e l'ex sala dei Banchetti del doge.
Al suo interno sono raccolti oggetti di varia natura e provenienza appartenenti alla Basilica. Tra le opere più prestigiose, troviamo la quadriga marciana, spostata dalla posizione originaria al centro della facciata principale dopo l'ultimo restauro. Nel Museo sono esposti frammenti di mosaici antichi, marmi e capitelli, rimossi durante i restauri Ottocenteschi. Nella Sala dei Banchetti sono presenti arazzi in lana con le storie della Passione di Gesù e paramenti liturgici.


Ferdinando Ongania
La Basilica di San Marco 1881 - 1893

Dal 16 luglio al 27 novembre 2011
Museo di San Marco
Basilica di San Marco, Venezia
Orari dalle 9.45 alle 16.45

Sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana
Promossa da Regione del Veneto; Comitato; Regionale Celebrazioni Centenario Ferdinando Ongania (1911-2011); Procuratoria di San Marco
Con il patrocinio di Comune di Venezia

Biglietto intero 5 €; ridotto 2,50 € - solo per gruppi superiori a 15 persone
Prenotazioni: http://www.venetoinside.com/
Informazioni: tel 041 2708311
http://www.onganiasanmarco.it/

Organizzazione e comunicazione: Civita Tre Venezie
Catalogo: Marsilio Editori

Ufficio stampa: Civita Tre Venezie
Anna Zemella
0415208493 - 335 5426548
annazemella@annazeta.it
Procuratoria di San Marco
Giusi Conti
041.2708311 - 346.9493220
conti@patriarcatovenezia.it