sabato 9 giugno 2018

PIU' FURBI o PIU' stupidi ? www.machevuo.machisi.it

Forse abbiamo bisogno di qualche motivo in più per sognare una vita diversa quando cadiamo nelle trappole del furbo di turno che si presenta come il pifferaio di Hamelin per portar via i topi che affollano le nostre menti.

A conti fatti gli stupidi aumentano in maniera esponenziale mentre i furbi che crescono alla scuola di altri furbi,si riciclano per non farsi individuare e se la godono alla nostra faccia e alla faccia di chi ci allerta per non farci cadere nelle loro trappole.

Sembriamo tanti pinocchi nel paese delle meraviglie. Basta indovinare una pernacchia per suscitare un clamore che neanche i tuoni più intensi riescono a produrre.

Si verifica un terremo e subito partono gli illusionisti della beneficenza ch riescono ad appropriarsi delle nostre modeste rimesse telefoniche in men che non si dica o a intercettare i viveri raccolti per avviarli su qualche mercato rionale per lucrare soldi per andare a svernare in Spagna dove raccattano di tutto.
Qualcuno di questi, con una faccia tosta inusitata, si presenta anche sugli schermi di televisioni secondarie per affermare il suo verbo come unico e solo per raggiungere il paradiso (fiscale) al quale si agogna da tutte le parti e nessuno lo "attenziona".

Forse siamo degli incapaci perversi perché una volta presa la fregatura ci mostriamo per testimoniarla al mondo che ci circonda per darle forza.

Dobbiamo smetterla di imbrogliare il mondo degli ingenui diventando complici di quelli che ci hanno imbrogliati.

Perdere la coscienza non è ritrovarla. Fingersi non è essere ed essere significa fare quello che abbiamo appreso senza fingere di sapere quello che non sappiamo.

Mi hanno detto non significa sapere. Oggi di pifferai ce ne sono parecchi. Sono solamente un po' più sfrontati degli stupidi, hanno la faccia tosta di dare valore alle stupidità e si divertono fisicamente facendoci fessi nel momento che inscenano le loro pantomime e nel momento che raccolgono i frutti delle loro malefatte e vanno a svernare dove nessuno li conosce realmente per quello che sono.  Quando incontrate qualcuno che vi propone un affare o una delle sette meraviglie chiedetegli sempre: www.machevuo.machisi.it  - che è diventato il mio motto da quando frequento INTERNET.

                                                                      Gioacchino Ruocco

Claudio Beranzoli - Artista romano


Chiudi
Olio su tela , dim. 80x120 .
Mi piaceVedi altre reazioni
Commenta
Commenti
Cinzia Beranzoli Splendido. Sei troppo bravo!
Gestire
Mi piaceVedi altre reazioni
Rispondi4 g
Rita Di Santo Senza parole anzi solo una BRAVO
Gestire
Mi piaceVedi altre reazioni
Rispondi4 g
Massimo Velluti Vedo che te stai a impara bravo!!!!
Gestire
Mi piaceVedi altre reazioni
Rispondi4 g
Mi piaceVedi altre reazioni
Rispondi4 g
Mi piaceVedi altre reazioni
Rispondi4 g
Jmmanuel Ryo La Roma di Claudio: una maestosa veduta a cavallo tra lo scorcio onirico e il paesaggio romantico ! Meraviglia !
Gestire
Mi piaceVedi altre reazioni
Rispondi17 h

Perchè l'Italia non ama più l'arte contemporanea

Ludovico Pratesi, Perché l’Italia non ama più l’arte contemporanea, 2017, Castelvecchi editore, Roma (copertina).

IL PIFFERAIO di Hamelin


C’era una volta la città di Hamelin in Germania. Era una città molto graziosa, ma aveva due grossi difetti: i suoi cittadini erano molto avari e le sue cantine piene di topi.
Di gatti neanche l’ombra perché, siccome qualcosina costavano ai padroni, erano stati cacciati.
Fatto si è che i topi diventavano tanti e tanti che non era più possibile vivere nella città.
Si pensò allora di far tornare i gatti scacciati, ma i topi li misero in fuga.
Era una vita beata la loro.
Ce n’erano di tutti i tipi: topi, topini, ratti, rattoni e per tutti c’era da mangiare: nei granai, nelle cucine, dove c’erano molte forme di formaggio.

I poveri cittadini, non sapendo più che fare, si rivolsero al loro sindaco, ma anche quello più che dire: – Cercherò… Farò… Non so… – non faceva.
Ma ecco, che una mattina comparve in città un ometto minuto tutto brio e allegria che disse al sindaco: – Io vi libererò dai topi, ma voglio in cambio mille monete d’oro.
Al sindaco la richiesta non parve esagerata e promise la ricompensa, scambiando con l’ometto una bella stretta di mano.
L’ometto, allora, prese da un sacchetto che portava a tracolla un piffero e diede due o tre zufolate. Subito i topi che erano nello studio del Sindaco, nascosti qua e là, balzarono fuori e, quando l’uomo uscì, lo seguirono.
Il pifferaio continuò a suonare in strada e nugoli di topi lo seguirono squittendo felici.
Nelle loro testoline vedevano montagne di formaggio tutte per loro, vedevano dispense con ogni ben di Dio pronte ad essere saccheggiate.

– Tutto per voi, tutto per voi, bei t’opini! – prometteva la musica che li attraeva e li affascinava.
E la marcia trionfale del suonatore continuò: da tutte le case uscivano a centinaia topi di tutte le dimensioni, di tutte le età: anche i più saggi e i più furbi tra loro credevano a ciò che la musica magica prometteva!
E la gente, affacciata alle finestre, appoggiata ai muri delle case guardava esterrefatta e felice quella smisurata fila di roditori che seguiva il suonatore.
– Se ne vanno! Se ne vanno! Ma è possibile? Oh, che gioia! Che il cielo sia benedetto!
Finalmente quando tutti i topi della città furono riuniti dietro a lui, il suonatore si avviò verso il fiume e le bestiole dietro, sempre più affascinate dalla musica magica. Il pifferaio entrò ad un tratto nell’acqua e quelli ancora dietro; avanzò ancora finché fu immerso fino al collo e i topi lo seguirono incantati e fiduciosi.
Egli allora si fermò in mezzo alla correte e seguitò a suonare e i topi per un po’ nuotarono e poi, siccome da lui non potevano allontanarsi finirono per annegare tutti, nessuno escluso! Allora il suonatore uscì dal fiume, si scrollò l’acqua di dosso e si recò dal sindaco per ricevere la dovuta ricompensa.

Il sindaco, come lo vide entrare, arricciò il naso e gli chiese: – Che vuoi tu?
– Essere pagato per tutto quello che ho fatto per la città!
– Mille monete d’oro per aver suonato il piffero per poco più di un’ora?
– Senza di me i topi avrebbero distrutto le vostre case!
– Ebbene io non ti dò niente!
– Chiedi ai cittadini se sono del tuo parere.
Il sindaco si affacciò al balconcino del municipio e chiese ai concittadini quel che doveva fare e tutti furono d’accordo con lui, da quegli avaracci che erano.
Il pifferaio allora amareggiato e molto arrabbiato minacciò: – Vi pentirete oh, se vi pentirete di quello che mi fate!
Uscì in strada ed eseguì una scala col flauto soffiando a tutte gote poi, aiutandosi con le agili dita, emise dolcissimi suoni.
Tosto si videro teste di bimbi guardare giù dalle finestre, volgersi verso il pifferaio, poi un ragazzino uscì dalla casa e guardò con entusiasmo l’uomo che suonava.
A lui si unirono due, tre compagni e tutti guardavano come affascinati il suonatore.
E questi non smise di suonare, anzi la sua musica diventò più dolce e persuasiva e nella mente dei bambini faceva nascere visioni di città tutte balocchi, di città tutte dolci, senza scuole, senza adulti che volevano comandare ad ogni ora del giorno.
E la schiera ingrossava sempre più e tutti i componenti erano felice e ridevano, e tenendosi per mano cantavano seguendo sempre più affrettatamente il pifferaio.
Ed ecco i genitori rincorrere quella schiera di gioiosi figlioli che se ne andavano con l’omino così, come i topi che lo avevano seguito sino alla morte!
– Non andate con lui! Tornate per carità! – gridavano disperati i padri e le madri mettendosi a loro volta in fila.

Ma essi si stancavano da morire e non riuscivano a tenere il passo con i loro figli che camminavano sognando cose meravigliose…
Il sindaco, chiuso nelle sue stanze, si strappava disperato i capelli.
Intanto il suonatore si avviava verso la grande montagna che si trovata proprio alle spalle della città.
I bimbi dietro cantavano: erano così felici di seguire quell’omino che nessuno li avrebbe distolti dal loro proposito.
Giunsero così a metà montagna: al suono del piffero questa si aprì e tutti, pifferaio in testa, entrarono nella fenditura che si richiuse ermeticamente dietro l’ultimo della fila.
Ne restò fuori solo uno zoppetto che non era riuscito a camminare veloce come i compagni.
I cittadini che giunsero sul luogo dopo qualche tempo, lo trovarono là che piangeva disperato per non aver potuto raggiungere i suoi amici.
Dei bambini non c’era più traccia e nessuno seppe mai ciò che ne fosse stato.

Perché l’Italia non ama più l’arte contemporanea.

Giovedì 7 giugno, alle ore 18.00, al Madre (Sala delle Colonne, primo piano) sarà presentato il volume Perché l’Italia non ama più l’arte contemporanea. Mostre, musei, artisti (Castelvecchi editore, 2017) di Ludovico Pratesi. Ne discuteranno con l’autore il direttore del Madre Andrea Viliani, la curatrice Chiara Pirozzi, il gallerista Alfonso Artiaco e il collezionista Massimo Moschini.
Il libro, introdotto da un’intervista con l’ex Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini, fornisce una panoramica sull’arte contemporanea partendo dalla prima Biennale d’arte a Venezia, ponendo in evidenza le criticità del sistema attuale, che si dimostra inefficace nel sostegno e nella valorizzazione degli artisti. Pratesi crea un’occasione per affrontare importanti quesiti: come mai l’Italia odia l’arte contemporanea? È a causa del peso del nostro patrimonio artistico o ci sono altre ragioni? Perché non sappiamo promuovere i nostri giovani talenti sulla scena internazionale? Come mai non abbiamo una grande collezione nazionale dedicata all’arte di oggi? Partendo da questi interrogativi, vengono delineate alcune direzioni per un nuovo rapporto con l’arte e con il nostro tempo.
Ludovico Pratesi (Roma, 1961), critico d’arte e curatore, collabora con «la Repubblica» dal 1985. È direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro e della Fondazione Guastalla, professore all’Accademia di Belle Arti di Urbino e direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Con Castelvecchi ha pubblicato L’arte di collezionare arte contemporanea (2009), New Italian Art (2011) e Arte come identità (con S. Ciglia e C. Pirozzi, 2015).