sabato 15 luglio 2017

Campania, spunta il condono edilizio firmato Pd

Della Seta e Ferrante: «Passo indietro di 30 anni»

Campania, spunta il condono edilizio firmato Pd

[21 giugno 2013]
Dopo l’ennesima proposta del Pdl, che con una proposta di legge del senatore Ciro Falanga ha chiesto di togliere alle procure il potere di abbattimento, arriva il 19esimo tentativo di ripristinare il condono edilizio dal  gennaio del 2010, ma stavolta porta la firma del Partito democratico della Campania.
A denunciarli sono stati due ex senatori del Pd, Roberto della Seta e Francesco Ferrante – ora esponenti di Green Italia – che sottolineano: «Sembra allargarsi sempre di più il fronte politico che intende dare il via ad un nuovo condono edilizio in Campania. Oltre alla posizione nota del Pdl guidato da Mara Carfagna e Nitto Palma, un ondivago M5S, ora anche il Partito democratico, con la proposta di legge che intende promuovere il senatore napoletano Vincenzo Cuomo, componente della Commissione ambiente del Senato, chiederebbe la sospensione delle demolizioni, la riapertura dei termini del condono per i fabbricati realizzati fino al 31 marzo 2003 e al massimo due anni di tempo per i Comuni per decidere, pena lo scioglimento dell’amministrazione, se accogliere o respingere le istanze di sanatoria non ancora esaminate che giacciono nei cassetti del Municipio».
Della Seta e Ferrante sono giustamente molto preoccupati: «Un condono edilizio promosso dal Pd sarebbe un passo indietro di trent’anni della sinistra. Se il Pd propone la riapertura dei termini del condono del 2003 questa, al di là delle intenzioni, è unicamente una sanatoria mascherata, cioè un ennesimo colpo di grazia al principio di legalità e alla difesa del territorio. Non si giochi con le parole, chi presenta proposte così almeno se ne deve assumere la responsabilità».
Inutile cercare conferme nel sito ufficiale del Pd campano, rimasto desolatamente all’ultima campagna elettorale rovinosamente persa, ma la conferma arriva da quanto scritto ieri dall’HuffingtonPost Italia, che pubblica anche la bozza di Disegno di legge di ben 15 pagine solertemente fornita da Cuomo e compagni, e ne riassume i punti centrali: «Sospensione delle demolizioni, riapertura dei termini del condono per i fabbricati realizzati fino al 31 marzo 2003 e al massimo due anni di tempo per i Comuni per decidere, pena lo scioglimento dell’amministrazione, se accogliere o respingere le istanze di sanatoria non ancora esaminate che giacciono nei cassetti del Municipio».
La bozza di condono edilizio made in Pd è e stata confezionata da un gruppo di tecnici coordinato dall’architetto Bruno Discepolo e dal vicesegretario del Pd campano e sindaco di Afragola, Mimmo Tuccillo, ma la mente (o più probabilmente il braccio) che intende presentare il condono democratico in Parlamento è quella di Cuomo, che vuole far concorrenza al Pdl nel grosso ed attivissimo bacino elettorale degli abusivisti campani (ma che di fatto si accoda al Pdl  campano), cercando di salire maldestramente in sella al suo cavallo di battaglia che gli ha permesso di trionfare alle ultime elezioni politiche.
Come evidenzia l’HuffingtonPost «Allo stato in Campania, Regione ad alto tasso di abusivismo e in prima fascia per il consumo del territorio, gli ordini di demolizione definitivi sono 70.000, 140.000 gli alloggi abusivi».
Secondo una ricerca condotta da Legambiente nelle città capoluogo di provincia, «In Italia ogni anno vengono realizzati oltre 25mila abusi edilizi e, solo il 10% delle case illegali raggiunte da ordine di demolizione viene effettivamente abbattuto. Fino ad adesso il prezioso lavoro di alcune Procure ha permesso la demolizione di ecomostri ed edifici abusivi. In Sardegna, sulla costa dell’Ogliastra, le case illegali vengono giù solo grazie alle ruspe mandate dalla Procura di Lanusei. A Ischia e in Campania ci sono la Procura generale di Napoli e quella di Salerno. Anche la recente demolizione dell’ecomostro a Scala dei turchi, in Sicilia, è stata possibile solo grazie all’ultimatum della Procura di Agrigento che l’indomani mattina avrebbe agito d’ufficio con l’intervento del genio militare».
Nonostante tutto, Cuomo conferma tutto: «Data l’importanza della materia e la delicatezza della questione, che si inquadra nell’emergenza abitativa della regione, vogliamo confrontarci prima con il segretario nazionale, Guglielmo Epifani e con i gruppi parlamentari L’impianto del testo, però, pure mettendo in conto qualche possibile limatura, è definito. Ed è basato sulla necessità di fermare le ruspe per redigere una legge che responsabilizzi, pena lo scioglimento, i Comuni e dia ai cittadini garanzie di certezza dei tempi di risposta, positiva o negativa che sia».
Siamo al diritto degli abusivi (tra i quali ci sono anche clan camorristici che controllano il ciclo del cemento) che hanno violato norme e leggi e spesso si sono appropriati di beni pubblici. Il Pd sembra aver pienamente introiettato i “valori” del Pdl. La conferma arriva dallo stesso Cuomo: i Comuni avrebbero al massimo 18/24 per decidere accogliere o respingere le domande di condono accumulate e «Potranno, entro questo tempi, stilare, in sede di redazione degli strumenti urbanistici comunali, dei piani di riqualificazione o di risanamento».
Cuomo sembra toccare le vette dell’ipocrisia quando dice: «Noi parliamo di riaprire i termini per esaminare le domande di condono presentate. Ovviamente i Comuni, che conoscono il territorio, nel vagliare queste istanze dovranno tener conto del dissesto idrogeologico, dei rischi vulcanici e sismici delle zone in cui sorgono i fabbricati oggetto delle domande. Una cosa è domandare il condono, altra cosa è ottenerlo».
Si tratta degli stessi comuni che, conoscendo il territorio, hanno permesso che si sviluppasse una delle più diffuse ed organizzate cementificazioni abusive in Italia e nel mondo, degli stessi comuni che hanno fatto finta di non vedere villette, palazzi ed interi quartieri abusivi che crescevano in aree in dissesto idrogeologico, sismiche, vulcaniche, come dimostrano purtroppo le tragedie ambientali di questi ultimi anni proprio in Campania. Sono gli stessi comuni che sull’abusivismo e la collusione hanno costruito lucrose rendite elettorali.  Il recente rapporto Ecomafie 2013 di Legambiente rivela che la Campania è un testa alla classifica dell’abusivismo edilizio: il 17% delle costruzioni è illegale. 
Ma Cuomo e i democratici campani non vogliono l’esclusiva e guardano alle scandalose proposte avanzate nei giorni scorsi Pdl e M5S: «I gruppi parlamentari dovranno confrontarsi per armonizzare le diverse proposte con l’obiettivo di dare risposte concrete sul tema e sull’emergenza abitativa in Campania».
L’ultima era proprio quella anti-procure del berlusconiano Falanga, bollata così dal presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza: «Per salvare le case abusive, il senatore Falanga lega le mani a chi, in un Paese devastato dal mattone illegale, fino a oggi ha provveduto alle demolizioni. Quello di cui l’Italia ha urgente bisogno è un piano efficace e rapido per la lotta all’abusivismo, basti pensare che a Scala dei Turchi ci sono voluti 24 anni, seguito da interventi di riqualificazione edilizia, ambientale e di messa in sicurezza del territorio. Il Ddl che la commissione giustizia al Senato ha, all’unanimità, messo in calendario per il 18 giugno deve essere respinto al mittente. Chiediamo pertanto ai membri della Commissione, che non sono favorevoli alla salvaguardia dell’abusivismo edilizio, di fermare subito questo testo e di vigilare sui futuri ulteriori tentativi di difendere e promuovere il cemento illegale».
Cogliati Dezza non sapeva ancora che sarebbe arrivata la proposta del Pd campano a saldare praticamente tutto l’arco parlamentare dal Pd al Pdl, passando per i grillini, nel fronte pro-abusivi.

Palermo, murales per Falcone e Borsellino su parete istituto Nautico

 




Palermo, murales per Falcone e Borsellino su parete istituto Nautico


Un murales raffigurante i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino campeggia su una parete dell’istituto Nautico di Palermo.
Si legge su Repubblica: “Gli automobilisti che passano dalla Cala e i turisti e il palermitani che passeggiano sul molo del porticciolo adesso possono ammirare il grande murales che ritrae Falcone e Borsellino. Da sabato, gli street artist nisseni Rosk e Loste sono a lavoro con spray, vernice e una gru per realizzare, sulla facciata dell’Istituto Nautico che si affaccia sul mare, un grande ritratto dei due magistrati”.
“Da quando abbiamo iniziato i lavori molte persone si sono fermate e congratulate. Noi siamo siciliani ed è davvero un onore rappresentare un’opera così importante, a maggior ragione adesso, dopo gli spiacevoli atti vandalici contro la statua di Falcone – dice Giulio Rosk, uno dei due artisti – Palermo poi è la nostra città d’adozione, perché viviamo qui da molti anni e ci siamo diplomati all’Accademia delle Belle Arti”.
Il murales, realizzato su impulso della sezione palermitana dell’Associazione Nazione Magistrati e da Inward, osservatorio che svolge attività di ricerca sull’arte e la creatività urbana con sede a Napoli, sarà terminato e inaugurato il 19 luglio, in occasione dell’anniversario dei 25 anni della strage di via D’Amelio. (di Tullio Filippone Foto Mike Palazzotto).
Le foto del murales stanno diventando virali su Facebook, dove in tanti le hanno condivise in segno di risposta agli sfregi di ieri: «Mentre c’è qualche indegno che cerca di infangare la memoria di due Grandi e umiliare la nostra città, dall’altro lato c’è chi sta realizzando un enorme murales, alla Cala, in memoria del 25/mo anniversario» ha scritto sul social network il consigliere comunale Ottavio Zacco.

venerdì 14 luglio 2017

La storia del depistaggio su Via D’Amelio

  • ITALIA 
  • GIOVEDÌ 13 LUGLIO 2017

La storia del depistaggio su Via D’Amelio

di Enrico Deaglio

Come la procura di Caltanissetta si ostinò per anni a proteggere un'accusa falsificata, facendo condannare persone estranee all'attentato a Paolo Borsellino

Palermo, strage di via D'Amelio in cui perse la vita il giudice Borsellino
 Via D'Amelio il 19 luglio 1992 dopo l'attentato (Lapresse)
Questo articolo è parte di uno speciale sul depistaggio con cui agenti di polizia e magistrati costruirono e portarono a sentenza una versione falsa sui responsabili della morte del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta, e sul documento investigativo del 1998 – reso pubblico per un “disguido” nel 2013 – che suggeriva questa tesi.
Il 23 maggio scorso, in occasione del 25esimo anniversario della strage di Capaci, la RAI ha organizzato un “evento” per ricordare i tre eroi nazionali, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino, uccisi dalla mafia insieme alle loro scorte in due successivi attentati nel 1992: il primo sull’autostrada all’altezza di Capaci, vicino a Palermo, dove fu fatta esplodere l’auto del magistrato Giovanni Falcone uccidendo lui e sua moglie, anche lei magistrato, e tre uomini della scorta; il secondo a Palermo in via D’Amelio, dove un’altra esplosione uccise il magistrato Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta.
La serata televisiva è stata guidata da Fabio Fazio che si è avvalso di molti contributi di personaggi famosi. I contatti televisivi sono stati 13 milioni, a dimostrazione dell’affetto che gli italiani continuano ad avere per i loro eroi uccisi, e ha scontato, come spesso accade in queste rievocazioni, la retorica e l’autoglorificazione delle cariche presenti che hanno assicurato: “non sono morti invano, non accadrà mai più”.
A un certo punto, però, qualcosa ha guastato la celebrazione unanime. Sul palco è comparsa la signora Fiammetta Borsellino, la figlia minore del magistrato, che nel 1992 aveva 19 anni. Negli anni, gli italiani hanno imparato a conoscere e ad apprezzare la famiglia: Rita, la sorella, che si è sobbarcata l’onere della testimonianza politica, come europarlamentare e candidata a governatore della Sicilia; Lucia, la figlia maggiore, già assessora regionale alla sanità, costretta alle dimissioni dopo minacce disgustose e completamente false; Manfredi, il figlio, valente e schivo commissario di polizia di Termini Imerese e Salvatore, il fratello, che guida un movimento che chiede la verità sulle stragi. La moglie del giudice, la signora Agnese, morta nel 2013, ha testimoniato negli ultimi anni della sua vita i sospetti che il marito aveva sulle istituzioni (dicendo tra l’altro: «Paolo mi confidò, sconvolto, che il generale dei Ros Antonio Subranni era “punciutu”», affiliato alla mafia).
Palermo, Fazio conduce trasmissione in ricordo di Falcone e Borsellino
E dunque, Fiammetta, ora diventata una signora di 44 anni, con i capelli corti, vestita casualmente, è apparsa per la prima volta su un palco; e con molta emozione, ha detto:
Credo che ricordare la morte di mio padre, di Giovanni Falcone, di Francesca e degli uomini della scorta, possa contribuire a coltivare il valore della memoria. Quel valore necessario per proiettarsi nel futuro con la ricchezza del passato significa anche dire in maniera ferma da che parte stiamo, perché noi stiamo dalla loro parte, dalla parte della legalità e della giustizia per le quali sono morti. Credo che con questa stessa forza dobbiamo pretendere la restituzione di una verità che dia un nome e un cognome a quelle menti raffinatissime che con le loro azioni e omissioni hanno voluto eliminare questi servitori dello stato, quelle menti raffinatissime che hanno permesso il passare infruttuoso delle ore successive all’esplosione, ore fondamentali per l’acquisizione di prove che avrebbero determinato lo sviluppo positivo delle indagini. Quelle prove a cui mio padre e Giovanni tenevano così tanto. Tutto questo non può passare in secondo piano, e non può passare in secondo piano che per via di false piste investigative ci sono uomini che hanno scontato pene senza vedere in faccia i loro figli, come quei giovani che sono morti nella strage di Capaci. Questa restituzione della verità deve essere anche per loro. La verità è l’opposto della menzogna, dobbiamo ogni giorno cercarla, pretenderla e ricordarcene non solo nei momenti commemorativi. Solo così, guardando in faccia i nostri figli, potremmo dire loro che siano in un paese libero, libero dal puzzo del potere e del ricatto mafioso.
Anche Fabio Fazio si era commosso, e ha dato a Fiammetta Borsellino un’empatica carezza sulla schiena. Ma evidentemente nemmeno Fazio ha il potere di far parlare i muti e l’appello non è stato ripreso.
La signora Fiammetta Borsellino si riferiva al fatto che, a distanza di un quarto di secolo, non solo non si conosce quasi nulla del delitto Borsellino, ma è tuttora in pieno svolgimento il più lungo depistaggio – qualsiasi siano le ragioni che lo hanno determinato, probabilmente più d’una – che la storia della nostra Repubblica ricordi; un depistaggio che ha ostinatamente impedito la ricerca della verità, che ha mandato all’ergastolo (e al 41 bis, il carcere severissimo) nove persone estranee a quell’accusa per 11 anni e ha coinvolto – restituendoli al mondo corrotti e umiliati di fatto, ma fieri e soddisfatti pubblicamente – decine di investigatori, di magistrati e di uomini delle istituzioni.
Seguo questa storia dal giorno dello scoppio di via D’Amelio, sono testimone del depistaggio fin dalle sue origini e cinque anni fa ho pubblicato un libro che si chiama “Il vile agguato”, che parlava di tutto ciò. Credo che questa vicenda sia la più grave – e tuttora molto oscura – della recente storia d’Italia. Ora poi c’è molto di più. Esistono delle cose provate e delle notizie che rispondono all’appello per la verità di Fiammetta Borsellino, ma non ne parla nessuno.
La prima versione sulla strage di via D’AmelioLe indagini sulla strage di via D’Amelio, avvenuta il 19 luglio 1992, vennero assegnate al “gruppo Falcone-Borsellino” guidato dal capo della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera. L’iniziativa (confermata da un decreto urgente della presidenza del consiglio) fu del prefetto Luigi De Sena, all’epoca capo del Sisde, in seguito diventato senatore del PD, che è morto nel 2015: Arnaldo La Barbera, che aveva trascorsi di carriera in Veneto come lui, era un suo vecchio amico ed era stato anche suo confidente al Sisde, il servizio segreto del ministero degli Interni. Ovvero: il Sisde affidò le indagini a un uomo del Sisde (il servizio segreto aveva avuto anche un controverso accidente del caso: il dirigente del Sisde Bruno Contrada, con il suo fedele assistente Lorenzo Narracci, era casualmente in vacanza su una barca a vela di fronte al porto al momento dello scoppio; furono tra i primi a esserne informati – con una tempistica così rapida da essere oggetto di sospetti e accuse mai provate – e poi ad arrivare sul posto).
I giorni seguenti la strage di via D’Amelio – causata da un’autobomba fatta esplodere davanti alla casa della madre di Paolo Borsellino al momento dell’arrivo di quest’ultimo – furono di grande angoscia. Magistrati e poliziotti di Palermo erano in rivolta, la famiglia Borsellino aveva rifiutato i funerali di Stato, l’esercito italiano stava per scendere in forze in Sicilia, la lira stava crollando sui mercati, il “nemico” (ma chi era?) sembrava in grado di condurre a termine inaudite operazioni militari.
C’era bisogno di rincuorare l’opinione pubblica e di trovare un colpevole rapidamente. La polizia comunicò immediatamente che la bomba era stata messa in un’utilitaria. Già il 13 agosto il Sisde di Palermo annunciò di aver individuato l’automobile usata e la carrozzeria dove era stata preparata; alla fine di settembre venne nominato il “colpevole”, nella persona di Vincenzo Scarantino, 27 anni: era stato lui a organizzare il furto della Fiat 126. Lo accusavano altri tre delinquenti arrestati un mese prima per violenza carnale.
(Un mese dopo, intanto, in seguito ad un’indagine collegata agli ultimi impegni investigativi di Borsellino e sulla base delle dichiarazioni di alcuni pentiti, venne arrestato per il reato di “concorso esterno in associazione mafiosa” il numero tre del Sisde, Bruno Contrada, l’uomo che veleggiava e i cui uomini avevano per primi intuito la pista Scarantino: sarebbe stato condannato con sentenza definitiva nel 2006, ma dichiarata “ineseguibile” nei giorni scorsi in seguito ai dubbi espressi dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sulla validità del reato di “concorso esterno in associazione mafiosa”).
Le prime indagini furono, effettivamente, scandalose per una quantità enorme di omissioni e di iniziative grottesche, quali quella di riempire 56 sacchi neri di detriti dell’esplosione e di spedirli a Roma per farli valutare dall’FBI. Vennero interrogati pochissimi testimoni, in particolare non vennero interrogati alcuni inquilini del palazzo che dopo vent’anni si scoprì essere stati molto importanti; il consulente informatico della polizia, Gioacchino Genchi, venne estromesso dalle indagini da La Barbera; non si seppe nulla per tre mesi e mezzo della borsa di Paolo Borsellino, che era rimasta sul sedile posteriore dell’auto che lo trasportava e poi depositata in una questura. I familiari denunciarono subito la scomparsa di un’agenda di colore rosso che il giudice portava sempre con sé.
Ma c’era Scarantino, e questo contava. Il suo arresto era stato annunciato così dal procuratore Tinebra: «Siamo riusciti con un lavoro meticoloso e di gruppo, con la partecipazione di magistrati, tecnici e investigatori, che hanno lavorato in sintonia, a conseguire un risultato importante quale l’arresto di uno degli esecutori della strage di via D’Amelio». Appena di Scarantino si seppe qualcosa di più, fu però una vera delusione, tanto apparve fasullo. Era un ragazzo, di bassissimo livello intellettuale, piccolo spacciatore, non affiliato a Cosa Nostra benché nipote di un boss della Guadagna, il quartiere meridionale di Palermo dove era conosciuto come lo scemo della borgata. Però aveva confessato, e nei mesi seguenti questo personaggio così improbabile, da semplice ladro d’auto che scambiava con qualche dose di eroina, si trasfigurò in astuto organizzatore, reclutatore di un piccolo esercito, stratega militare, partecipante di prestigio alle riunioni della Cupola. Ma già di fronte alle obiezioni dei giornalisti nella prima conferenza stampa il procuratore Tinebra aveva risposto: «Scarantino non è uomo di manovalanza».
Come denunciò subito l’avvocato Rosalba De Gregorio, difensore di alcuni imputati coinvolti da Scarantino: «Scarantino era un insulto alla nostra intelligenza». Messo a confronto con due grossi boss collaboranti, questi stessi si indignarono che la polizia potesse pensare che Cosa Nostra si avvalesse di un personaggio simile («Ma veramente date ascolto a questo individuo?»). I verbali con gli esiti di quei confronti, sparirono: non li fecero sparire però i servizi, ma i pm.
scarantino
L’inchiesta marciava spedita con molta hybris da parte di La Barbera, sicuro che sarebbe riuscito a piazzare un prodotto che lui per primo non avrebbe comprato. Il ragazzo stesso, peraltro, si smentiva, ritrattava, denunciava, piangeva, ma nessuno gli dava retta malgrado emergessero via via testimonianze di violenze e pressioni sulla sua famiglia, dei verbali ritoccati e concordati, degli interrogatori condotti in modi anomali: le sue ritrattazioni erano «tecniche di Cosa Nostra che conosciamo bene», scrisse il pm Nino Di Matteo, che in una requisitoria sostenne che «la ritrattazione dello Scarantino ha finito per avvalorare ancor di più le sue precedenti dichiarazioni»; «dietro questa ritrattazione c’è la mafia» disse il pm Palma. Intanto, il procuratore di Palermo Sabella che aveva interrogato Scarantino su altro lo aveva invece ritenuto «fasullo dalla testa ai piedi»: «decidemmo di non dare alcun credito alle sue rivelazioni».
In tre successivi processi – il Borsellino 1, il Borsellino 2, il Borsellino Ter – l’attendibilità di Scarantino venne certificata da un’ottantina di giudici, tra Assise, Appello e Cassazione. Il ragazzo aveva intanto denunciato torture a Pianosa, promesse, inganni, – arrivò persino a fuggire dal suo rifugio e a telefonare al tg di Italia1 per denunciare la sua situazione – ma i magistrati non vollero credergli e Scarantino riuscì a ottenere solo pesanti condanne per calunnia.
Arnaldo La Barbera, intanto, per meriti scarantiniani, diventò prima Questore di Palermo e di Napoli, poi Prefetto, poi capo dell’Ucigos, l’Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali, un ufficio centrale della polizia di stato. L’ultima immagine ce lo mostra con casco e scarpe da tennis all’assalto della scuola Diaz durante il G8 del 2001 nella “giornata nera” della polizia italiana. Allontanato dall’incarico dopo quello scandalo, La Barbera morì per un tumore al cervello nel 2002 a soli 60 anni.
Tutta la “baracca Scarantino”, intanto, continuò placidamente fino al 2008, senza che nessuno – giornalisti, politici, mafiologi, commissione antimafia, CSM – trovasse strano che, in mezzo a tanti discorsi su strategie, trattative, struttura di Cosa Nostra, eccetera, la realizzazione della strage di via D’Amelio fosse stata affidata a un ragazzo bocciato tre volte in terza elementare; un ragazzo che non era stato neppure ricompensato per la sua impresa, ma che dopo il “colpo del secolo” aveva continuato a tramestare nel suo quartiere rubando gomme.

giovedì 13 luglio 2017

Terremoto: ecco che fine fanno i soldi degli sms

Terremoto: ecco che fine fanno i soldi degli sms

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Ricordate il caso degli Sms solidali per il terremoto?
Tutti pensavano che i fondi sarebbero stati usati immediatamente per le popolazioni messe in ginocchio dal sisma, invece avevamo scoperto che quei soldi erano bloccati e che lo sarebbero rimasti a lungo. Adesso finalmente sembra che la macchina burocratica si sia messa in moto, ma qui è arrivata un'altra brutta sorpresa. Scopriamo infatti che nelle Marche ha ricevuto tramite le donazioni oltre 17 milioni di euro e la Regione vorrebbe usarne ben 5,5 per la realizzazione di una pista ciclabile che dall'Appennino arrivi fino a Civitanova, sulla costa Adriatica. Con tutti gli enormi problemi che devono affrontare quei territori è normale pensare di spendere una cifra così importante un'opera che non risolve i problemi che opprimono quei cittadini nell'immediato? A noi questa sembra una follia e l'ennesima doccia gelata per quei cittadini che cercano di tenere buoni a suon di false promesse e speranze.
Se è convinto delle sue idee, il Presidente delle Marche Ceriscioli vada a spiegare la bontà del progetto direttamente ai suoi cittadini che ancora aspettano di poter entrare nelle casette di legno, che attendono di veder rimosse le macerie, che dovranno aspettare anni prima di poter mettere piede dentro a una vera casa e per ricreare le proprie comunità. Quegli stessi cittadini hanno avviato una raccolta firme per bloccare queste assurdità.
Rivolgiamo un appello al comitato etico nominato per vigilare sul corretto utilizzo di quei fondi. Se davvero, come ha dichiarato uno dei suoi tre componenti, l'ex generale dei Carabinieri e Consigliere della Corte de Conti Giorgio Cancelleri, "la priorità sarà data ai micro bisogni del territorio" e non per iniziative "lontane dai bisogni dei cittadini", questo progetto va cestinato. Usiamo quelle risorse per fare davvero del bene, rapidamente, ai cittadini.
Laura Castelli, M5S Camera

martedì 11 luglio 2017

consumatori italiani: Enel: riprendiamoci l' IVA pagata sulle tasse in bolletta. da Giuliano Scavetta · 57.617 sostenitori


AGGIORNAMENTO SULLA PETIZIONE

Necessitano ulteriori chiarimenti

Giuliano Scavetta
Italia
11 LUG 2017 — Carissimi, forse non è chiaro a tutti che la firma della petizione non significa voler aderire all'azione legale. Quando è stato chiesto chi dei 57000 volesse procedere per le vie legali, abbiamo ricevuto giusto un centinaio di possibili adesioni. Sono stati chiesti i costi ed abbiamo ripetutamente sottolineato che, nel caso di migliaia di adesioni, il contributo sarebbe stato nell'ordine dei pochi euro. (forse una decina) Ripeto, qualcuno si è realmente interessato fornendo conferma e recapiti per essere contattato, ma rincorrere 57000 persone delle quali si conoscono solo nomi e cognomi, francamente mi sembra improbabile. Noi l'impegno ce lo stiamo mettendo ma un' operazione di questa portata necessita di una sana e solidale collaborazione. Chi in questa sede eccepisce una serie di considerazioni, anche alquanto polemiche, vada a seguire tutte le discussioni e tutti gli aggiornamenti per vedere con quanto entusiasmo (e con quanto tempo appositamente dedicato) si sta tentando questa battaglia. In ogni caso tra le tante, mi sembra un ottima idea quella di rivolgersi ad un associazione di consumatori, peraltro già individuata. Chiedo quindi a tutti quelli che volessero davvero essere operativi, oltre coloro che lo hanno già fatto, di fornirci la possibilità di tenerli aggiornati. Rispondo poi a chi parla di patrocinio gratuito dicendo che ci sono costi "imposti "dalle procedure che vanno oltre la volontà del singolo ed a chi afferma che ci è riuscito uno solo, dicendo che si trattava di una persona tenace e non disposta a farsi prevaricare dalle lobby che ci privano di qualunque diritto. Dopo questa dovuta precisazione stiamo alla finestra per vedere se arrivano altre probabili adesioni con la speranza di raggiungere lo scopo che era stato prefissato. Saluti a tutti.
PS. Aggiungo una mail di riferimento per tutti coloro che sono favorevoli, pregando tanti altri di astenersi da commenti, francamente, gratuiti del tipo che l'iniziativa nasconda particolari interessi reconditi. Se tanto mi da tanto ci impegniamo e fino a prova contraria non abbiamo chiesto danaro o visibilità (?) a nessuno.
COMUNQUE CI PROVIAMO ANCORA!
vorreipartecipare@gmail.com